L’Amazzonia brasiliana non sembra oggi riducibile, sotto il profilo della geopolitica legata al narcotraffico, soltanto ad una vasta zona di transito collocata fra le aree andine di produzione della cocaina e i grandi centri di consumo del Sud-est del Brasile, configurandosi, piuttosto, come un sistema criminale articolato, in cui orcrim nazionali, gruppi locali e reti di intermediari competono o cooperano al fine di controllare le differenti parti della filiera.
È questa una delle conclusioni più rilevanti del rapporto Amazônia brasileira: Novos corredores do tráfico e expansão do controle criminal, pubblicato recentemente dal Global Initiative Against Transnational Organized Crime e firmato da Gabriel Funari. Il documento ricostruisce la trasformazione delle rotte della cocaina nella regione, ma soprattutto mostra come la crescente importanza logistica dell’Amazzonia stia modificando i rapporti di forza tra le due principali organizzazioni criminali brasiliane.
Il dato meno scontato presente nel rapporto riguarda la distribuzione del potere fra Primeiro Comando da Capital e Comando Vermelho. Il PCC mantiene una posizione particolarmente significativa in Roraima, oltre a operare attraverso relazioni commerciali e alleanze con gruppi locali. Ciononostante, il CV appare in ascesa nei nodi di Manaus, Belém e Amapá; città e territori che collegano le rotte provenienti dalle frontiere occidentali e settentrionali con la foce del Rio delle Amazzoni, le Guyane, i Caraibi e l’Atlantico.
Questo risultato appare di particolare interesse, perché ridimensiona una lettura esclusivamente “PCC-centrica” del crimine organizzato brasiliano, mostrando come la complessiva superiorità su scala nazionale della facção di San Paolo, non si traduca automaticamente in egemonia territoriale all’interno di ogni mercato regionale.

(Foto: la copertina del rapporto di Gabriel Funari)
Per comprendere la trasformazione descritta da Funari occorre anzitutto abbandonare l’immagine di un corridoio lineare, attraverso il quale la cocaina entrerebbe in Brasile dalla Colombia o dal Perù, percorrerebbe il Rio Solimões e raggiungerebbe Manaus prima di proseguire verso il resto del Paese.
Questa direttrice, pur continuando a rivestire un ruolo tutt’altro che secondario, parimenti non esaurisce la geografia del narcotraffico amazzonico. Il rapporto segnala un sistema più complesso, nel quale itinerari fluviali, terrestri e marittimi vengono ogni volta a combinarsi e a modificarsi in risposta alla repressione, da un lato, e alla disponibilità di infrastrutture e ai mutamenti delle alleanze criminali dall’altro. Pertanto, accanto alla tradizionale porta occidentale, hanno progressivamente acquistato valore i percorsi settentrionali e orientali, collegati a Roraima, Venezuela, Guyana, Guyana francese e Amapá.
Quando si parla di “nuovi corridoi”, del resto, non ci si riferisce necessariamente a rotte mai utilizzate in precedenza. In alcuni casi, la novità consiste nell’intensificazione di vie secondarie, mentre, in altri, nella loro integrazione con porti, imprese di trasporto e circuiti commerciali capaci di sostenere flussi più consistenti. Entro questo quadro interpretativo, un percorso in precedenza utilizzato per il contrabbando locale può diventare parte di una catena internazionale (a tal proposito, si pensi a Pablo Escobar che fece fortuna, anche grazie alla rotta impiegata dal nonno per il contrabbando). Lo stesso dicasi per un porto meno controllato, il quale può assumere una funzione strategica, laddove le autorità concentrino l’attenzione su scali maggiori.
La geografia fisica, tuttavia, spiega soltanto una parte del fenomeno, essendo ogni corridoio criminale plasmato dal concreto agire di coloro che vi operano: trasportatori, proprietari di imbarcazioni, depositi, punti di approdo, protezioni armate, relazioni con le comunità locali, intermediari finanziari e contatti corrotti all’interno delle strutture pubbliche o private. Da qui deriva la centralità di città come Manaus e Belém, come pure dell’asse Macapá-Santana.
La centralità di questi luoghi si spiega col fatto di essi svolgere, in pari tempo, funzioni di raccolta, deposito, redistribuzione, reclutamento, riciclaggio e accesso alle infrastrutture portuali. Pertanto, quei soggetti o, come accade sempre più spesso, quelle organizzazioni che riescono a influenzare tali nodi otterranno il potere di condizionare passaggi essenziali della filiera.
Sotto il profilo metodologico, il contributo probabilmente più importante del rapporto consiste nella distinzione fra presenza criminale e controllo criminale. Due categorie che, tanto nelle cronache giornalistiche quanto nelle dichiarazioni delle autorità, risultano essere spesso sovrapposte.
Volendo fare un esempio, potremmo immaginare il caso riguardante l’arresto di alcuni membri del PCC in una città, ciò che mostrerebbe, almeno in prima battuta, soltanto la presenza di persone collegate all’organizzazione. In altre parole, un tale arresto non rivelerebbe alcun controllo del mercato locale, del sistema carcerario o delle rotte che attraversano quel territorio da parte dell’organizzazione criminale. Allo stesso modo, la cocaina appartenente a un compratore legato al PCC può essere trasportata attraverso aree presidiate da un’altra facção o da intermediari relativamente autonomi.
Alla luce di quanto detto, appare di primaria importanza distinguere quattro livelli con riferimento al piano operativo di una determinata orcrim in un dato territorio, immaginando tali livelli in maniera circolare, mano a mano che ci si allontana dal territorio preso in esame. Il livello più basso è rappresentato dall’esistenza di membri o collaboratori dell’organizzazione, cui segue, la partecipazione agli affari e, avvicinandoci al centro, la capacità di regolare un mercato. Al livello più alto o, se vogliamo, più vicino al centro, troviamo il controllo territoriale e sociale.
Questa distinzione permette di comprendere l’apparente paradosso messo in luce da Funari: sotto il profilo della geopolitica del narcotraffico, la presenza del PCC in Amazzonia continua ad essere del tutto rilevante, ciononostante il Comando Vermelho sembra consolidare una posizione comparativamente più favorevole nei principali nodi territoriali e logistici. Da ultimo, non si tratta di stabilire una primazia tra le due organizzazioni, quanto e assai più di ricondurre determinate funzioni, interlocutori e territori, volta a volta, nel cono d’ombra del Primeiro Comando da Capital o in quello del Comando Vermelho.

(Foto: movimentazione di merci e passeggeri nel porto di Manaus. Persone e imbarcazioni ritratte non sono collegate alle attività illecite descritte nell’articolo)
La crescita del CV sembra essere in massima parte il risultato della convergenza fra trasformazioni registratesi a livello locale, dinamiche carcerarie e un valore crescente assunto negli ultimi anni dalle rotte nord-orientali della cocaina.
Entro questo quadro, Manaus costituisce un caso paradigmatico. Per anni, l’ormai estinta Família do Norte aveva rappresentato un attore essenziale all’interno del narcotraffico amazzonico, grazie alla sua presenza nel sistema carcerario locale e alla sua capacità, favorita dalla conoscenza delle frontiere occidentali, di connettere mercato urbano e rotte fluviali. La crisi e la progressiva frammentazione della FdN hanno significato il sostanziale trasferimento di tutto il suo apparato di potere, contatti e circuiti economici ad altri gruppi criminali. Il principale beneficiario di questa riconfigurazione degli equilibri criminali nella regione amazzonica è stato il Comando Vermelho.
Parimenti, sarebbe sbagliato pensare ad una tale espansione nei termini di un mero trasferimento in Amazzonia di una struttura pronta e interamente comandata da Rio de Janeiro. Assai più plausibile sembra essere che il CV abbia saputo integrare al proprio interno segmenti criminali già presenti sul territorio, offrendo un’identità, una rete di protezione e un articolato sistema di alleanze anteriori al collasso della FdN.
In questo contesto, il carcere ha senz’altro svolto una funzione fondamentale, plasmando appartenenze e costruendo rapporti destinati a proseguire anche una volta terminato il periodo di detenzione. Più ancora, nel caso del CV, la crescita nei sistemi penitenziari amazzonici ha finito per combinarsi con una espansione altrettanto significativa nelle periferie urbane e nei mercati locali.
Guardando soprattutto a Belém e più in generale allo stato dello Amapá, questa territorializzazione sembra poter assumere un significato ulteriore, dato dal fatto che la vicinanza alla foce del Rio delle Amazzoni e agli scali atlantici ha permesso di trasformare il controllo di quartieri e reti di trasporto in una capacità di intervenire nelle fasi di esportazione verso l’estero. L’ascesa del Comando Vermelho, in altri termini, ha coinciso con una estensione verso funzioni logistiche e commerciali di maggiore scala.
Nel corso di questo articolo si è cercato di mostrare come uno dei meriti del rapporto di Funari sia quello di ridimensionare una lettura PCC-centrica, che, anche a ragione, sembra andare per la maggiore nel dibattito pubblico brasiliano. Ciononostante, occorre rilevare come questo approccio non autorizzi letture altrettanto unilaterali, tese a mostrare una sorta di dominio esercitato dal Comando Vermelho in Amazzonia. Questo va detto anche considerando che il Primeiro Comando da Capital, storicamente, non fonda il proprio potere in maniera esclusiva sulla conquista territoriale.
Vari fattori, tra cui la capacità di intessere relazioni con produttori, fornitori e intermediari, l’ingente disponibilità finanziaria e la compartimentata suddivisione in sintonie, permettono al PCC di partecipare attivamente al narcotraffico in Amazzonia anche in quei contesti in cui non eserciti un dominio visibile.
Rispetto a questo modus operandi il Roraima presenta una configurazione particolare. Collegando l’Amazzonia brasiliana al Venezuela e alla Guyana, questo stato presenta dinamiche migratorie, carcerarie e commerciali differenti da quelle registrabili sull’asse Manaus-Belém. Qui il PCC sembra aver acquisito un radicamento più consistente, anche attraverso affiliazioni e relazioni con attori locali.
A quanto detto, possiamo aggiungere un altro decisivo elemento, costituito dalla presenza relativamente leggera che il Primeiro Comando da Capital può adottare al di fuori dello stato di San Paolo e consistente in un numero contenuto di membri assegnati a funzioni definite, accordi con gruppi locali e accesso a servizi logistici. Da ultimo, appare plausibile sostenere che la minore forza territoriale del PCC in alcuni nodi amazzonici non equivale necessariamente ad una proporzionale riduzione della sua partecipazione economica a quei mercati illeciti.

(Foto: un tratto della BR-174 nell’Amazzonia settentrionale. La fotografia non fa riferimento a nessun episodio di traffico illecito)
Vi è che, principalmente nella pubblicistica, la comparazione tra PCC e Comando Vermelho appare costruita in maniera eccessivamente rigida, mostrando il primo come un’organizzazione centralizzata e imprenditoriale e il secondo come un insieme frammentato di gruppi territoriali (a questo proposito si pensi alla figura del dono do morro a Rio de Janeiro), tenuti insieme soprattutto dall’identità e dai conflitti con i nemici (di nuovo, si pensi alla frastagliata e sempre provvisoria geografia criminale carioca).
Sotto questo precipuo punto di vista, il rapporto di Funari suggerisce una lettura più complessa, mostrando come entrambe le organizzazioni siano policentriche, dipendano da alleanze e debbano, volta a volta, adattarsi alle sempre mutevoli condizioni locali. Per quanto concerne le differenze, queste sembrano riguardare in particolare il modo in cui le due facções combinano appartenenza, mercato e i rapporti col territorio in cui operano.
Il PCC sembra maggiormente capace di separare la propria logistica commerciale dal controllo territoriale puro. La sua struttura normativa (Statuto e Sintonie), i suoi canali comunicativi e il suo peculiare funzionalismo criminale gli consentono di amministrare i propri affari senza controllare ogni spazio attraversato. Da ciò discende un tipo di espansione "più leggera", ossia fondata su partnership con soggetti non destinati a diventare necessariamente parte integrante dell’organizzazione (su questo si vedano le più recenti operazioni contro broker della cocaina che gravitavano intorno al PCC senza, tuttavia, farne parte).
Il Comando Vermelho, per altro verso, mostra una particolare capacità di territorializzare le alleanze. Parimenti, la sua relativa elasticità organizzativa permette di aggregare reti locali senza uniformarle completamente, riconoscendo leadership e competenze già esistenti. Il rispetto del sistema di alleanze e inimicizie e di ben definiti obblighi da rispettare da parte dei gruppi locali permette che a tali gruppi sia lasciato un significativo grado di autonomia.
La differenza, dunque, non sembra consistere in maniera manichea fra un PCC organizzato e un CV disorganizzato, quanto, piuttosto, fra due differenti combinazioni di potere. Laddove il Primeiro Comando da Capital dispone di una maggiore capacità di articolare reti economiche e normative, anche in assenza di un capillare dominio territoriale, il Comando Vermelho appare più efficace, almeno nella fase osservata dal rapporto, nell’aggregare forze territoriali e convertire il loro radicamento in accesso alle infrastrutture logistiche.
Avviandoci alla fine di questo articolo, possiamo affermare, una volta di più, che il rapporto di Funari non sostituisce il PCC con il CV al centro di una nuova narrazione totalizzante avente come sfondo la regione amazzonica. Tutto al contrario, la sua rilevanza sembra risiedere, da ultimo, nella dissoluzione di quel centro.
Così declinata, l’“Amazzonia criminale” appare come uno spazio composto da nodi e corridoi, nel quale il potere, distribuito in maniera diseguale, assume forme differenti. Mentre il PCC conserva capacità economica, collegamenti transnazionali e una presenza più strutturata in Roraima, il Comando Vermelho mantiene vantaggi territoriali, carcerari e logistici a Manaus, Belém e nello Amapá. Non meno importante è il fatto che intorno a loro operino gruppi locali, i quali non possono essere ridotti a semplici esecutori all’interno dei rapporti di forza, che, di volta in volta, vengono a strutturarsi tra le due orcrim.
Il punto saliente non è da rintracciare nell’organizzazione che, a torto o a ragione, dominerebbe una data regione brasiliana, bensì nell'individuazione dei soggetti coinvolti e degli snodi territoriali strategici (porti, rotte terrestri e fluviali, carceri, specifici quartieri e località) necessari a trasferire la cocaina da una scala all’altra (ossia dalla vendita al dettaglio a quella all’ingrosso con relativi addentellati transnazionali). È questo il terreno sul quale il Comando Vermelho appare oggi in una posizione ascendente. Non perché abbia già conquistato l’intera regione e neppure perché il PCC vi sia diventato marginale, ma perché il rafforzamento delle rotte settentrionali e orientali sta aumentando il valore strategico dei territori nei quali il CV è riuscito a radicarsi.
Considerazioni da cui discende che la maggiore organizzazione criminale oggi presente in Brasile, il PCC, non necessariamente risulterà essere la più forte in ogni nodo della sua geografia criminale. Il rapporto di Funari appare particolarmente prezioso, perché mostra quanto questa distinzione sia indispensabile per comprendere non soltanto l’Amazzonia, ma la stessa struttura policentrica tipica del crimine organizzato brasiliano nel 2026.
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Credit Photo: Balsa chegando a Santana AP BR; Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC); Manaus commercial port, Brazil; BR-174 na Reserva Indígena Waimiri-Atroari, Roraima, Brasil.
Il Primeiro Comando da Capital conserva reti, alleanze e capacità commerciali, soprattutto in Roraima. Nei nodi di Manaus, Belém e Amapá, tuttavia, il Comando Vermelho appare in posizione ascendente.
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